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Cambogia


La scoperta di una delle opere architettoniche più grandiose al mondo, Angkor, è indissolubilmente legata al nome di Henry Mouhot, che s'imbatte nelle rovine dell'antica capitale khmer mentre andava a caccia di farfalle e nuove piante da spedire alla Royal Geographical Society. Ma è un mito, una leggenda.
Intorno alla metà dell'ottocento, quando davanti agli occhi dell'esploratore e naturalista francese appaiono i templi di Angkor, la presunta civiltà perduta era in realtà chiaramente segnata sulle mappe, veniva frequentata assiduamente dal popolo khmer ed era stata già visitata e descritta da diversi altri esploratori occidentali.
Oltretutto, Mouhot commise grossolani errori di datazione: attribuì la realizzazione dell'immenso complesso religioso ad un popolo vissuto due millenni prima, più o meno all'epoca dei romani. Nella sua visione eurocentrica e arrogante, tipica dell'epoca coloniale, i khmer non avrebbero mai potuto costruire una simile meraviglia, non erano abbastanza civilizzati per farlo.

Mouhot invece non sapeva, o non voleva credere, che i khmer, un popolo dotato di conoscenze e di straordinarie capacità inventive, avevano dominato gran parte del sudest asiatico per diversi secoli, tra la metà del medioevo e l'inizio del rinascimento, e che Angkor era stata la capitale del loro grande impero.

Ma se un merito Mouhot lo ha avuto è stato quello di fare da cassa di risonanza, raccontando al mondo e descrivendo, con dovizia di particolari, le meraviglie dell'architettura khmer. La notizia si diffuse, svegliando l'interesse degli studiosi; qualche decennio dopo cominciarono le opere di restauro e nei primi anni Venti il sito già accoglieva i primi turisti, a dorso di elefante e con cappelli bianchi a larghe falde in testa.
Da allora i restauri non sono mai terminati, liberare le antiche rovine dalla morsa della giungla che li avvolge e li avviluppa non è facile: i giganteschi apparati radicali dei baniani e dei kapok, che per secoli hanno imprigionato i templi, insinuandosi tra i blocchi di arenaria e facendoli in gran parte crollare, sono ora lì a sostenerli. La foresta, che da un lato distrugge ma dall'altro conserva e protegge, è parte integrante dei templi di Angkor e ragione del loro grande fascino: è come trovarsi di fronte a due mondi diversi, da sempre uniti in perfetta simbiosi, che respirano all'unisono.

Angkor ha fatto sognare ogni viaggiatore e chiunque decida di fare un viaggio in Cambogia mai rinuncerebbe ad una tappa ad Angkor Wat, il tempio più famoso: 2 milioni di metri quadrati, torri finemente cesellate, enormi padiglioni, colonne e grandi vasche che si aprono ai piedi di un imponente viale monumentale.
E' vero, Angkor Wat sta alla Cambogia come Machu Picchu sta al Perù o le piramidi all'Egitto. Ma l'atmosfera di magica dolcezza, quasi surreale, che si respira tra i templi può rivelarsi fuorviante: la vera Cambogia è lontana anni luce da Angkor Wat. O meglio, è lontana anni luce l'altra faccia della Cambogia, il suo lato in ombra, il suo yin.

Il passato è passato, ma l'orrore di cui i cambogiani sono stati testimoni non si potrà mai dimenticare. Tra il 1975 e il 1979 due milioni di persone, praticamente un quarto della popolazione residente, morirono di stenti nei campi di lavoro o furono atrocemente torturati nei lager di Pol Pot, il 'fratello numero uno'. Dopo essere stata per anni sotto i bombardamenti americani, che in via non ufficiale andavano a caccia di vietcong anche in territorio cambogiano, la fine del regime filo statunitense doveva significare per la Cambogia la liberazione; invece il vero dramma comincia a guerra finita. Guidati da un progetto folle, quello di rifare la società cambogiana da capo a piedi, i khmer rossi separano le famiglie, svuotano le città, deportano la popolazione e creano i 'campi di rieducazione', comunità basate su un modello distorto del maoismo e prive di ogni libertà fondamentale.

La brutalità di quegli anni supera qualsiasi immaginazione; e, come in Vietnam, anche in Cambogia si è sviluppato una sorta di turismo dell'olocausto. Quasi nessuno sfugge alla macabra visita di Tuol Sleng, la scuola di Phnom Penh adibita a centro di tortura, noto ai tempi come S-21, o nel campo di sterminio di Choeung Ek dove migliaia di civili furono ammazzati a colpi di machete o di bastone.

I conflitti sono finiti ma la Cambogia non è uscita indenne dalle guerre ed è ancora uno dei paesi più poveri e martoriati al mondo; le mine, non solo quelle lanciate dai bombardieri americani ma anche quelle seminate da Pol Pot, sono ancora capaci di uccidere e mutilare. Anche la biodiversità ha subito un netto declino, a partire proprio dagli anni 70: ma alcune aree si sono miracolosamente salvate.

Fino a pochi anni fa nessuno osava penetrare nelle foreste pluviali delle Cardamom Mountains, una delle ultime roccaforti degli irriducibili di Pol Pot. Oggi invece questo luogo remoto è citato dalla Lonely Planet tra le migliori destinazioni ecoturistiche emergenti, grazie anche al supporto di alcune ong che promuovono forme di soggiorno sostenibile presso le famiglie locali. Ma il numero di turisti che arrivano fin qui è ancora esiguo.
La regione, una delle meno esplorate del sud est asiatico, è una sorta di Amazzonia in miniatura e racchiude un numero infinito di forme di vita animale e vegetale in attesa di essere catalogate. Moltissime le cosiddette specie carismatiche tra cui, solo per citarne alcune, l'elefante asiatico, la tigre indocinese, il leopardo nebuloso, l'orso malese o orso del sole, e l'ormai rarissimo coccodrillo siamese. Le piogge che penetrano copiose la fitta volta verde scendono a valle per alimentare il più grande e pescoso lago del sudest asiatico, il Tonle Sap, e disperdersi poi tra le centinaia di chilometri di mangrovie affacciate sul golfo di Thailandia.

La costa è disseminata di spiagge, del tutto simili quanto ad acque turchesi e palme fruscianti alle più note destinazioni thailandesi, solo che le spiagge cambogiane sono ancora allo stato naturale, c'è meno folla e i prezzi sono stracciati. Il promontorio di Sihanoukville è la località balneare più sviluppata, ma le spiagge migliori si trovano attorno al Ream National Park. Al largo invece c'è una manciata di isole e isolette candidate a diventare future Koh Samui o Koh Pha-Ngan, ma ancora in gran parte prive di strutture turistiche.

Per terminare il quadro, si deve aggiungere il languido fascino del Mekong, il grande fiume, che attraversa da nord a sud tutta la Cambogia e i suoi infiniti campi di riso, perennemente immersi nelle foschie monsoniche. Tutto questo, e non solo Angkor Wat, è la Cambogia, una piccola nazione che nasconde la natura più intima del sudest asiatico.
[Photo credits: Tourism Cambodia, Fototeca online a comunismului românesc, USAID]

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