Latifondisti, che vivono protetti all'interno dei cancelli di ville militarizzate, e desplaçados, che dalle campagne si spostano in città, per poi vagare tra baraccopoli e bidoni dell'immondizia. Entrambe queste vite si vivono in Colombia, un paese con abnormi ingiustizie sociali, assecondate da un modello politico ed economico tra i più antiquati e violenti al mondo. Chi può abbandona il paese: tanti, più di un milione e mezzo di colombiani negli ultimi anni. Narcos e bambini soldato, FARC e paramilitari, massacri e sparizioni sono le dure realtà di un paese pieno di contraddizioni, ben lontano dal sogno esotico di Macondo e del realismo magico di Garcia Marquez.
Malgrado i suoi 2.600 metri di quota, a Bogotà fa caldo. Ma più che altro è la fatica a respirare sulle Ande. Sei milioni di abitanti, in maggioranza meticci, e il caos tipico delle megalopoli sudamericane, dove la giornata passa in un'apparente normalità, lavorando o arrangiandosi sotto l'occhio più o meno vigile delle forze dell'ordine.
La Colombia è uno dei paesi che riceve più aiuti militari al mondo: armi, mezzi e assistenza provengono dagli Stati Uniti che, con il pretesto di combattere droga e narcotraffico, possono giustificare quello che attualmente è il più imponente intervento militare nordamericano nella regione andina, il Plan Colombia. Il paese è spartito in territori: nelle zone controllate dai guerriglieri delle Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia (FARC) continua la lotta, di ispirazione socialista e perciò inizialmente caldeggiata dalla base contadina, contro il potere e il terrorismo di stato, ma che ormai assume gli stessi modelli di violenza dei suoi nemici. L'altra branca del conflitto, le forze paramilitari della destra estremista, pagate dal governo con soldi USA, si occupano diligentemente di ripulire il paese da chiunque sia sospettato di collaborare con la guerriglia: a farne le spese oppositori politici e sindacalisti, difensori dei diritti umani e giornalisti ma, per lo più, poveri contadini.
A poca distanza da Bogotà sulle rive del lago vulcanico di Guatavita prende origine il mito dell'El Dorado. Ai conquistadores spagnoli, noti per la loro avidità, era giunta all'orecchio la leggenda di quella laguna in cui compiva le sue abluzioni un capo indio, ricoperto di manufatti e polvere d'oro, el indio dorado appunto. Poiché il rituale prevedeva che l'oro venisse gettato, alla fine della cerimonia, nelle acque della laguna, gli spagnoli ritenettero di aver trovato il luogo ideale per le loro razzie. Cominciarono le spedizioni e tutto quello che ne seguì. Di riserve del prezioso metallo, in realtà, ce n'erano ben poche perché gli indios, che usavano l'oro solo come ornamento, lo ricavavano dai traffici con le popolazioni vicine. Ma la ricerca dell'El Dorado traccia, a metà tra storia e mito, una delle tappe della colonizzazione spagnola di questa parte dei Tropici, con l'appropriazione della terra degli indios e la distruzione delle civiltà precolombiane. Insomma non certo un buon inizio nella storia della Colombia, che di quel periodo ha conservato le affascinanti città che gli spagnoli, tra una conquista e l'altra, seppero costruire.
Chi va oggi in Colombia si ferma soprattutto a Cartagena de Indias, passeggia nelle sue viuzze lastricate, ammira lo splendore di edifici e chiese e se ne va a consumare la notte in un'allegra frenesia caraibica un po' stereotipata. Tra le spesse mura del magnifico convento di Santa Clara, la frescura di logge e chiostri, che ha fatto sognare nei racconti di
Garcia Marquez,
rimane a disposizione solo di chi può permettersi il più lussuoso albergo a cinque stelle di Cartagena. Lo gestisce la catena Sofitel, ma questo non accade solo in Colombia. Per lo meno, anche se in mano a capitali stranieri, ben vengano il gusto e la raffinatezza di un monumento storico piuttosto degli assurdi grattacieli di Bocagrande che, a sud della città vecchia, fanno da sfondo alla baia.