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Maldive

Una ventina di atolli e più di un migliaio di isolotti distribuiti lungo un'asse nord-sud di 900 chilometri: sono questi i numeri delle Maldive, praticamente un paese fatto solo di acqua.
Dall'alto, il colpo d'occhio è strepitoso, i colori abbaglianti, le sfumature infinite; ma quelle sottili strisce di sabbia, roccia e ghiaia calcarea, che racchiudono bassifondi di cobalto e turchese, sono soltanto la piccola parte affiorante di un'immensa piattaforma sommersa, che s'innalza dai fondali dell'oceano Indiano.
E' sott'acqua il paesaggio più ricco e pieno di sorprese: pareti che sprofondano per centinaia di metri, pinnacoli e canyons sottomarini, dune sabbiose e giardini tappezzati di alghe, spugne e, naturalmente, coralli. L'intero ecosistema ruota attorno a questi piccoli organismi, che da decine di milioni di anni costruiscono strutture e compensano il continuo abbassamento del substrato; altri fattori, come l'azione meccanica delle onde e le fluttuazioni del livello marino, modellano e trasformano il lavoro fatto dai coralli.
Nella loro lunga storia geologica le Maldive hanno subito diverse fasi di sommersione, trasformandosi più volte da grandi sistemi insulari ad atolli; la configurazione attuale è un doppio allineamento di atolli, distribuiti sui bordi della piattaforma originaria e separati da un braccio di mare profondo. Ciascun atollo è a sua volta costituito da edifici corallini più piccoli, i faru, separati l'uno dall'altro dalle pass, i profondi passaggi che mettono in comunicazione l'interno delle lagune con l'oceano aperto. Anche i faru racchiudono la propria laguna, velu in maldiviano, piscine dalle acque basse e dal fondale sabbioso, sulle quali si affacciano i resort più amati dagli italiani.
Fino agli inizi degli anni settanta non esistevano strutture per accogliere turisti, le Maldive erano un approdo lontano e privo di ogni comfort. Sono bastati poco più di trent'anni perché l'arcipelago diventasse il paradiso tropicale per eccellenza e, allo stesso tempo, un grande circo del tutto compreso e tutto organizzato.
Il concetto su cui si basa la gestione turistica delle Maldive è semplice: un'isola-un resort, e da qui non si scappa. Le isole disabitate, individuate dal governo maldiviano - secondo i più critici senza alcuna pianificazione di impatto ambientale- vengono cedute in leasing a gruppi alberghieri internazionali per un periodo minimo di 25 anni. Su queste isole, spesso minuscole, nascono strutture che garantiscono ogni comodità si possa desiderare: bungalow ombreggiati, water-villas con vista a 360 gradi, SPA e trattamenti orientali. Un business da 25.000 posti letto, che rappresenta la principale fonte di entrata del paese e attira più di mezzo milione di turisti l'anno, con gli italiani ai primi posti; non a caso pizza e spaghetti non hanno più segreti per lo staff locale.
Tranne Malè e un centinaio di isole-resort, il resto dell'arcipelago è off limits; incontrare un maldiviano che non sia parte dello staff è quasi impossibile, la vita del paese è esclusa agli stranieri, che siano o no interessati a conoscerla. Di fatto, qualsiasi forma di turismo indipendente viene scoraggiata; per soggiornare presso abitazioni private ci si deve procurare un permesso che viene rilasciato dalle autorità solo dietro invito di un residente. Le ragioni di una tale rigida politica sarebbero due: limitare possibili contaminazioni culturali, proteggendo l'integrità musulmana del paese, e salvaguardare l'ambiente, concentrando il flusso turistico solo nelle isole attrezzate a riceverlo. Tanto sulla prima ragione quanto sulla seconda, ci sarebbe molto da discutere. La repubblica indipendente delle Maldive è stata governata per trent'anni da un regime dittatoriale, criticato più volte dalla comunità internazionale per il mancato rispetto dei diritti umani e della libertà di espressione; sotto questo aspetto, dopo l'elezione del presidente Mohamed Nasheed sono state avviate alcune riforme e qualcosa sta cambiando.
Riguardo alla protezione ambientale, nonostante l'impegno di Nasheed anche su questo fronte, la questione è spinosa e si riassume nei numeri: attualmente sono già un centinaio le isole-resort sparse in tutto arcipelago e un numero imprecisato di nuove strutture alberghiere è in corso di costruzione su altrettanti atolli deserti. Viene da chiedersi quale sia la capienza naturale oltre la quale un ecosistema tanto fragile e delicato non possa più reggere il passo. I problemi sono tanti: l'incremento della quantità di rifiuti prodotti nei resort, che vengono inceneriti o seppelliti in alto mare, gli scarichi che finiscono in mare senza essere depurati, il crescente uso di carburante diesel per tenere in funzione i desalinizzatori e il disboscamento delle isole per far posto a nuovi bungalow, che accelera l'erosione a cui sono naturalmente soggette queste isole. Si corre ai ripari con la costruzione di muretti di cemento, pratica comune in molti resort che, anno dopo anno, vedono assottigliarsi le proprie splendide ma esili lingue di sabbia bianca. Le maree e le onde di tempesta non sono il maggior nemico del reef, come hanno dimostrato i danni, tutto sommato poco significativi, arrecati al corallo dallo tsunami del 2004. Sono state invece peggiori le conseguenze dell'aumento della temperatura delle acque; nel 1998 il prolungato innalzamento delle temperature superficiali, dovuto ad un episodio particolarmente intenso de El Niño, provocò lo sbiancamento e la morte di gran parte dei reef in tutto l'oceano indiano. Ma già nel 2002, dopo il passaggio del fenomeno, questi piccoli straordinari organismi hanno ripreso a svilupparsi e recenti studi indicano un trend in crescita. La sopravvivenza degli atolli maldiviani si gioca unicamente sullo stato di salute del reef; la minaccia peggiore non viene solo da fenomeni naturali, come l'innalzamento del livello marino, quanto piuttosto dall'eccessiva antropizzazione che si accompagna inesorabilmente alla distruzione del corallo.
Mantenere un flusso turistico elevato alle Maldive, paese che si finanzia quasi interamente con queste entrate, è un'esigenza a cui nemmeno un governo verde e progressista può sottrarsi; tutto sta capire se la politica dell'isola-resort sia davvero sostenibile. Oltre alla questione ambientale, il paese deve risolvere problemi di disuguaglianza sociale ancora molto seri: il 40% della popolazione non ha accesso a strutture sanitarie né ad un adeguato livello di istruzione. Chi vive ai margini del grande circuito turistico se la passa piuttosto male, chi invece ha la fortuna di lavorare in un villaggio vive tutto l'anno isolato dalla propria famiglia, magari a centinaia di chilometri di distanza dall'isola da cui proviene.
Riavvicinare le strutture dove risiedono gli stranieri alla popolazione maldiviana consentirebbe ad un maggior numero di persone di godere finalmente delle ricadute economiche generate dal turismo; è quanto si cerca di fare in alcune isole "miste", dove stanno nascendo progetti di holidays home e guest house gestite dai residenti. Sono ancora casi isolati che se diventassero realtà consolidate potrebbero aggiungere quello che oggettivamente manca alla solita vacanza alle Maldive: potersi spostare liberamente e farsi un'idea del paese, più attendibile e meno artificiale della consueta visita nel non ben identificato "villaggio dei pescatori", un giro di mezzora immancabilmente proposto da tutti i resort.



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