Tahiti, Rangiroa, Nuku Iva, evasione e sogno solo a pronunciarne i nomi, un incanto di isole che ognuno di noi associa al paradiso: lagune iridescenti e spiagge orlate di palme, bassi atolli corallini e picchi vulcanici coperti da verdissime foreste primordiali che si tuffano nel blu del Pacifico. Questa è la parte di mondo che più di altre evoca la leggenda dei Mari del Sud, alimentata dai grandi viaggi di Cook, Stevenson e Melville, dalle avventure degli ammutinati del Bounty e dalla pittura di Gauguin. Un mito che continua a sedurre la fantasia delle società occidentali e che sopravvive anche in chi, più lucido e disincantato, riesce a captarne le ombre.
L'economia del turismo, gestita da grandi catene alberghiere multinazionali, ha permesso la creazione di non-luoghi, a cominciare dai "piloti", i bungalow su palafitte costruiti all'interno delle lagune più belle al mondo. Proposti come luoghi romantici, e per questo ambitissime destinazioni per viaggi di nozze, si rivelano piuttosto strutture che inquinano l'ambiente e l'autenticità del posto, visto che nessun villaggio polinesiano è mai stato costruito in quel modo. Tutto sta ad accettare il compromesso: il turismo è la prima fonte di reddito che attrae capitali e investimenti, purtroppo ancora tutti stranieri; un'industria senza la quale non è possibile creare lavoro e mantenere quel benessere economico che distingue queste isole da altre zone del Pacifico.
A Tahiti, e nelle altre 120 isole che compongono la Polinesia francese, sventola tuttora il tricolore francese; oggi gli arcipelaghi sono ufficialmente un territorio francese d'Oltremare e non più una colonia, godono di autonomia politica ma i francesi continuano a considerarle province a tutti gli effetti. Una tollerante democrazia, che non è però riuscita a favorire lo sviluppo culturale: solo il 20% della popolazione possiede un diploma di scuola superiore, oltre 5.000 i professori francesi e nessuno di origine polinesiana. Ma è anche grazie alle strutture mediche francesi che la vita media è arrivata a 74 anni, soglia non comune nel Pacifico. Un'altra spina nel fianco dei polinesiani sono i tre decenni di test nucleari condotti dalla Francia tra il 1966 e il 1996 sugli atolli di Moruroa e Fangataufa; l'economia della bomba ha fatto accettare alla popolazione guarnigioni militari francesi e radioattività ambientale in cambio di una pioggia di miliardi, tant'è che le sovvenzioni per il Cep (Centre d'Experimentation du Pacifique) hanno rappresentato, per oltre 30 anni, la prima voce di bilancio di questi territori. Oggi il Cep viene a poco a poco smantellato e i sussidi francesi diminuiscono; ma la Francia continua a finanziare questa parte di mondo e mantiene il suo controllo sui territori attraverso un esercito di ben stipendiati impiegati pubblici. Le difficoltà nel creare una classe dirigente locale, la mancanza di una vita culturale, così come la intendiamo noi, nonché la naturale inclinazione della popolazione a vivere solo il presente, rendono limitate le prospettive, nel medio periodo, del progetto politico delle forze indipendentiste polinesiane. Intanto lo sviluppo continua; hamburger e patatine sostituiscono il pesce crudo marinato nel latte di cocco e il benessere economico lascia i suoi segni sulle spiagge di Tahiti dopo i fine settimana. Ma allontanandosi dai luoghi affollati si riscoprono tratti di struggente bellezza, che forse non hanno paragoni con nessuna altra parte del mondo.
Se si possa ancora parlare di giardino dell'eden se lo chiedono in molti, pensando di poterlo trovare in Polinesia: tanti non hanno mai realizzato il proprio sogno, altri sono riusciti a trasferirsi e vivono sereni, ma con un biglietto di ritorno sempre in tasca. Per quei pochi che, invece, hanno trovato quello che cercavano e che mai tornerebbero indietro sarà forse vero, come dice
Rossella Righetti in un suo bellissimo libro, che "se questo non è il paradiso, ne è comunque un eccellente surrogato".