Da lontano, il colpo d’occhio sulla baia di Pago Pago è uno dei più belli del Pacifico: l’oceano penetra in una profonda insenatura naturale, creata dal crollo di una parte del vulcano che diede origine all’isola e di cui rimane traccia nelle aspre cime che circondano la baia. Dominano lo sfondo i 500 metri del monte Pioa, meglio noto come Rainmaker, perennemente avvolto da nubi che scaricano una quantità inverosimile di pioggia sul manto di rigogliosa vegetazione che ne ricopre le pendici.
Un incantesimo tropicale che si spezza al primo, breve giro. L’appellativo, non proprio edificante, di “ascella del pacifico” pare che Pago Pago se lo sia guadagnato per la forma della sua baia, che in effetti un po’ la ricorda. Ma ad oscurare la sua fama hanno sicuramente contribuito l’acqua stagnante e melmosa del porto, le fabbriche di inscatolamento del tonno che diffondono un odore nauseabondo, gli insediamenti commerciali e, soprattutto, la sporcizia e i rifiuti abbandonati un po’ ovunque, che la pioggia può lavare ma non raccogliere.
Ma non bisogna scoraggiarsi: a dispetto dell’evidente scempio compiuto lungo la baia di Pago Pago e sulla costa meridionale di Tutuila, appannate da traffico, cemento, modelli e stile di vita consumistici, il fa’a samoa comunque sopravvive, seppure non nella stessa misura che si percepisce nella struttura sociale delle più tradizionali Samoa Occidentali. Rispetto a queste indipendenti cugine, le Samoa Americane sono dal 1900 un territorio appartenente agli Stati Uniti che, con l’annessione, ne fecero una base navale e uno dei porti strategici più sicuri del Pacifico. In cambio, i samoani ottennero consistenti aiuti federali, un proprio governatore, la nazionalità americana ma non il diritto al voto. Strapparono però la promessa che i diritti della popolazione indigena sarebbero stati rispettati e, almeno formalmente, la legge tuttora vieta agli stranieri di acquistare grandi appezzamenti di terreno e alle imprese statunitensi di entrare in concorrenza con le società locali. Questo, insieme alle rigide norme di immigrazione dagli USA, ha in parte evitato alle Samoa il destino subito dalle Hawaii; anzi, l’isolamento di questo arcipelago rispetto al “continente” –perché è così che vengono definiti gli Stati Uniti- è, nel bene e nel male, un elemento ancora fortemente avvertito.
Chi pensa di trovare solamente fast food e condomini alle Samoa Americane si sbaglia. Lo scenario più sbalorditivo di tutte le Samoa è riservato a quelle poche centinaia di turisti che visitano il “Paka O Amerika Samoa”, il parco nazionale che si estende nell’area settentrionale dell’isola principale Tutuila e, soprattutto, nelle tre meravigliose isolette del gruppo delle Manu’a. Sulle scure pendici vulcaniche di queste isole remote una complessa comunità vivente dà vita ad un manto di foresta pluviale paleotropicale, con felci alte fino a 9 metri e alberi carichi di rampicanti, liane e orchidee di ogni forma e colore. A pochi metri da spiagge bianche su cui ondeggiano le palme, nuvole di pesci scintillanti nuotano tra un labirinto di madrepore e ammassi corallini in un tratto di barriera indopacifica tra i più intatti del pianeta.
Non ci sono aree di proprietà federale: con un singolare quanto valido esempio di gestione della natura, in armonia con le tradizioni e la vita della popolazione locale, il servizio dei parchi nazionali statunitense ha preso in affitto dal governo samoano le aree marine e ha stipulato un accordo con i capi villaggio per le aree terrestri. I pochi turisti che visitano il parco vengono incoraggiati a soggiornare presso modeste foresterie adattate per accogliere gli ospiti di passaggio. E le famiglie samoane, rimaste proprietarie dei terreni e a cui va il ricavato di vitto e alloggio, possono continuare a praticare pesca e agricoltura di sussistenza ed, eventualmente, recedere dal contratto se insoddisfatte delle condizioni che si potrebbero in futuro creare. Ma è difficile che le cose cambino, almeno per ora: le autorità locali fanno ben poco per incrementare il turismo e anche i samoani, per quanto tradizionalmente ospitali, non sono poco interessati alle dinamiche turistiche e continuano a fare a meno della presenza dei palagi o degli stranieri, che dir si voglia.