Il frutto nazionale della Giamaica è l’ackee, originario dell’Africa occidentale e introdotto nell’isola da Capitan Bligh in persona che, a quanto si dice, ne portò una pianta a bordo del suo Bounty. Si usa come legume, ha un sapore dolce che si sposa perfettamente con quello forte del pesce salato, al quale fa spesso da accompagnamento. Ma quando il frutto non è maturo al punto giusto è talmente velenoso da provocare gravissime intossicazioni. Per questo motivo, sebbene l’albero cresca in molte altre zone dei tropici, la Giamaica è l’unica terra dove l’ackee viene coltivato a scopo alimentare: “solo quei pazzi dei giamaicani riescono a mangiarlo” è il commento degli altri caraibici. Uno strano paese la Giamaica.
Il primo impatto che si ha con quest’isola non è certo nella sua cucina tradizionale, che pur la rappresenta in modo inequivocabile. Le icone più conosciute sono altre, la musica prima fra tutte. Non si tratta delle melodiose cadenze del calypso: sono finiti i tempi di Harry Belafonte, dei Mr Tallyman e dei primi turisti desiderosi di esotismo che, alla fine dell’ottocento, vennero su quest’isola a bordo appunto delle Banana Boat. La musica in Giamaica è invece una vera e propria tempesta di suoni, onnipresente e assordante di giorno e di notte. Il ritmo sincopato del reggae e soprattutto di dancehall e ragga, i generi più duri e contemporanei, esce distorto da enormi altoparlanti posti ad ogni angolo nei chioschi e sulle spiagge, vibra nelle case e rimbomba nelle auto ricadendo a valanga nelle strade e nella vita di tutti. Il reggae è solo la punta dell’iceberg e rimane indissolubilmente associato a Bob Marley, un’altra icona del paese che di questo genere musicale è l’indiscusso protagonista. Qualcuno vorrebbe che il profeta dei ghetti di Kingston che cantava il mondo dei diseredati, la protesta e la filosofia rasta, diventasse oggi eroe nazionale. Anche perché, adottando in pubblico il rastafarianismo, fu lui che ne propagò il richiamo e diede spinta a questo movimento. Sorta negli anni Trenta in seguito all’incoronazione dell’imperatore etiope Ras Tafari, questa forza culturale affonda le sue radici nelle teorie dell’attivista di colore Marcus Garvey che auspicava il rimpatrio di tutti gli africani e condannava il colonialismo. Il movimento diventò presto un’ideologia di opposizione, diffondendosi nei quartieri più poveri della tormentata Giamaica dove la maggior parte della gente è nera e discendente da schiavi africani. Il rasta predica l’amore, la non violenza e il contatto con la natura, si nutre di cibi organici e fa uso di “erba” per curarsi ma anche a scopo rituale e spirituale. E qui veniamo ad un’altra icona nazionale: l’erba sacra dei rastafariani è la marjuana o canapa indiana, importata in Giamaica con il nome di ganja dai servitori indiani che arrivarono in massa nei Caraibi a seguito degli inglesi. Le proprietà ricreative della ganja non trovarono barriere etniche e la sua coltivazione si diffuse ampiamente nell’isola; da prodotto collaterale legato alla storia del colonialismo e ai flussi di manodopera, la marjuana è oggi una delle principali fonti illegali di reddito della Giamaica. Evidentemente scollegato dal consumo interno alle comunità rasta, il fenomeno del traffico internazionale di droga ha assunto una tale vasta proporzione tanto da far balzare la Giamaica al primo posto tra i produttori e gli esportatori di tutta la regione centroamericana. Ma non solo; alla marjuana si affianca un florido commercio di crack e cocaina, gestito da boss della droga che intrattengono strette relazioni con i cartelli colombiani e messicani. Ai flussi di droga si uniscono un altrettanto florido traffico di armi e il riciclaggio di denaro proveniente da attività finanziare illecite. Considerando poi le tensioni politiche, che si riproducono periodicamente da quando negli anni 70 l’isola è stata teatro di una sanguinosa guerra civile, non dovrebbe stupire che in quest’isola benedetta dalla natura ci siano zone con un tasso di criminalità tra i più altri del continente. In questo quadro di violenza, perpetrata tanto da bande criminali quanto da forze dell’ordine colluse e corrotte i cui responsabili non vengono assicurati alla giustizia, si inserisce un turismo efficiente perché ormai collaudato da più di cento anni.
Ma non è solo con il turismo che la Giamaica vorrebbe iniziare un nuovo corso anche se gli ingredienti caraibici ci sono davvero tutti: sole, spiagge e mare trasparente, una natura esuberante e tutte le occasioni possibili di relax e divertimento. E questa l’icona della Giamaica nota in tutto il mondo.
Tanti giamaicani la pensano diversamente: per loro l’immagine di un’isola vivace e godereccia non è del tutto appropriata. Ma quello slogan creato già negli anni 70 “we are more than a beach, we are a country” rimane spesso una frase priva di senso per le migliaia di turisti stesi al sole sulle spiagge alla moda o sul bordo delle piscine dei resort. Eppure per saperne di più sulla Giamaica basterebbe ascoltare quello che la sua musica cerca di comunicare.