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Squali: predatori o prede?

A sentire gli australiani è più facile vincere la lotteria che essere attaccati da uno squalo. Se lo dicono loro, che hanno 50mila chilometri di coste e vivono a stretto contatto con il mare, c'è da crederci. E lo dicono anche le statistiche: in Australia, in media, si segnala un solo attacco mortale l'anno.
Poi qualcosa cambia: tra settembre 2011 e marzo 2012 muoiono due sub, un ragazzo che faceva surf e un uomo di mezza età che era solito nuotare all'alba. Quattro attacchi di squalo e quattro vittime, tutte nel Western Australia e in meno di sei mesi, sono un bel rebus, anche per gli esperti.

Facciamo un passo indietro. Agosto 2011, isola di Praslin. Nel giro di dieci giorni due giovani turisti vengono attaccati da uno squalo e perdono la vita sul reef di Anse Lazio, la spiaggia più popolare dell'isola. L'ultimo attacco mortale nei mari delle Seychelles risaliva al 1963. Lo shock è grande, si scatenano le polemiche e le autorità dell'arcipelago, seppure a malincuore, impongono il divieto di balneazione.

Più a sud, a Reunion, non se la passano meglio. Tra giugno e settembre 2011 si susseguono numerosi attacchi di squalo nelle acque antistanti St. Gilles, la principale località turistica dell'isola. La gente comincia a disertare le spiagge ma i surfisti no, prendono la tavola sottobraccio e si tuffano in mare; sono in due ad essere aggrediti e trascinati via da uno squalo. Alla Réunion gli squali ci sono sempre stati ma non avevano mai destato preoccupazione; i due attacchi mortali fanno inasprire gli animi, si teme per la stagione turistica e l'isola si mobilita.

Un po' più indietro e arriviamo a dicembre 2010. Nel Mar Rosso non si ricordavano simili incidenti da un pezzo, ma in un luogo frequentato ogni anno da quattro milioni di visitatori prima o poi qualcosa doveva succedere. Nessuno però si aspettava cinque attacchi di squalo in cinque giorni davanti a Sharm el Sheikh. Uno di questi attacchi è mortale. Se non fosse un'assurdità si potrebbe dire che l'animale responsabile di aver ucciso un turista e ferito gli altri quattro aveva deciso di accanirsi contro la specie umana. Solo che il mondo degli squali non è quello di Spielberg e la carne umana non fa parte della dieta abituale di questi animali, come testimoniano i numerosi incontri accidentali uomo squalo mai degenerati in tragedia.


Come si possono interpretare questi episodi? Di ipotesi ce ne sono parecchie: la pesca intensiva, che impoverisce i mari e riduce la disponibilità delle prede abituali degli squali, lo shark feeding o il chumming, che si praticano in alcune zone turistiche per attirare i predatori e facilitare l'incontro uomo pescecane, la presenza di allevamenti ittici vicino alla costa ma anche i rifiuti organici a riva che richiamano gli squali nelle acque basse. Oppure è una combinazione di più fattori a spingere gli squali all'attacco.
Ad ogni modo, i tragici episodi del Mar Rosso, così come quelli delle Seychelles, si guadagnano i titoli dei giornali: la notizia di turisti dilaniati dagli squali nei più noti paradisi turistici internazionali, ben condita con dovizia di particolari, fa il giro del mondo. E risveglia la paura.
Per sapere se gli attacchi di squalo sono in aumento basta guardare le statistiche, che di anno in anno vengono regolarmente pubblicate dagli esperti dell'università della Florida; tutto ciò che ciò che c'è da sapere sull'argomento si trova presso l'International Shark Attack File (ISAF), una banca dati che raccoglie ed elabora più di cinquemila casi, alcuni dei quali risalenti a secoli fa.
Gli attacchi di squalo all'uomo sono in assoluto un numero molto esiguo, che tuttavia è aumentato ad un ritmo costante dagli inizi del novecento, tenendosi al passo con la crescita della popolazione: è logico, più persone spendono tempo in mare, maggiore è la probabilità che uno di loro si trovi faccia a faccia con uno squalo. Il trend è regolare, tanto che nell'arco di un decennio non si osservano variazioni. Così è stato anche nel 2011, che ha fatto segnare 75 attacchi di squalo in tutto il mondo, nella media degli ultimi dieci anni.
La mortalità è invece decisamente più bassa, pari a 4-5 vittime da attacco di squalo l'anno, ma soprattutto è andata sempre diminuendo negli anni, grazie ai progressi fatti nel campo della medicina d'urgenza. Nel 2011 però non è andata così. Gli attacchi mortali sono stati 12, un numero comunque esiguo ma pur sempre triplicato rispetto alla media del decennio. Perché?

Qualcuno azzarda l'ipotesi di un rapporto diretto tra attacchi di squalo e turismo: non sarà un caso che molti di questi attacchi si siano verificati nelle più note destinazioni turistiche, come le Seychelles, ma anche l'isola della Réunion, il Kenya, il Costa Rica, la Nuova Caledonia e l'Australia? Se aumentano i turisti che sconfinano nel territorio degli squali e se aumenta il tempo che si trascorre in mare per sport o per puro divertimento, cresce anche il rischio di essere aggrediti. Ma con un numero di basso di vittime qualsiasi ipotesi, per quanto ragionevole, non può essere confermata né smentita. Allora? Il picco di mortalità nel 2011 potrebbe essere un caso, un'anomalia statistica, si limitano a far notare con prudenza gli esperti dell'ISAF. In altre parole, le vittime si trovavano nel posto sbagliato nel momento sbagliato.

Un turista ucciso da uno squalo è comunque il peggior incubo di una qualsiasi autorità locale. Per mettere a rischio l'intera stagione basta un solo episodio. E quando accade la tragedia si deve fare pulizia.
La caccia allo squalo killer è una delle prime e poco creative misure prese dalle autorità ogni qualvolta si verifica un attacco mortale: le acque nei pressi dell'incidente vengono pattugliate e le squadre catturano e uccidono un certo numero di esemplari, che nulla hanno a che vedere con l'attacco. Dopo un po' la frenesia passa e si riaprono le spiagge. Così hanno fatto alle Seychelles, a Sharm e un po' in tutto il mondo. Con buona pace di tutte quelle specie di squali, aggressive e non, il cui numero è diminuito drasticamente, tanto da rischiare l'estinzione.
Prendiamo l' Australia, la terra in cui gli uomini convivono con le specie più pericolose al mondo. Qui lo squalo bianco è una specie protetta ma ciò nonostante anche quest'anno la prima reazione è stata la stessa: caccia aperta allo squalo killer. E' vero che si trattava del quarto attacco mortale in meno di sei mesi e che la gente era esasperata; il Western Australia, in particolare la costa a sud di Perth, era saltata alle cronache come il posto più pericoloso al mondo per andare a fare il bagno. L'ultima vittima è un giovane sub che viene aggredito, a fine marzo 2012, mentre si trova a circa un miglio dalla riva; ha tentato di reagire difendendosi con il coltello ma è stato sopraffatto dal grosso animale, racconterà poi il fratello che era in acqua con lui e che dirà di aver riconosciuto l'aggressore, uno squalo bianco di circa quattro metri.

C'è chi è tanto affascinato dallo squalo bianco da cercare un incontro ravvicinato, ma in generale il grande signore dei mari non gode di buona fama ed è considerato una delle tre o quattro specie di squali pericolose per l'uomo, delle circa 370 che ne esistono nei mari del pianeta. Il primo ad essere accusato è lui ed è lui che tutti cercano nelle ore successive ad un attacco mortale. Ma prenderlo non è facile.
La pratica del culling, l'abbattimento programmato degli squali, è una misura tuttora adottata in Australia con la motivazione di ridurre il rischio di attacchi all'uomo; in questo modo però si minacciano seriamente le specie già ridotte in numero a causa della pesca e del commercio delle pinne. Il danno arrecato all'ecosistema marino, se dovessero scomparire i predatori al vertice della catena alimentare, è incalcolabile. Ed è ormai convinzione comune che gli squali siano una specie da salvaguardare.
Ma come si fa a garantire la tutela dei bagnanti senza compiere inutili massacri di animali? Qualunque cosa se ne dica non è facile accontentare gli uni e gli altri.

I primi ad adottare programmi di controllo degli squali sono stati gli australiani e poco dopo è venuto il Sud Africa, limitatamente però a KwaZulu-Natal, la zona costiera a più alta vocazione turistica del paese. Sia gli australiani che i sudafricani dispongono di personale altamente specializzato e di centri attrezzati come il Natal Sharks Board (NSB) in cui si sperimenta ogni tipo di dispositivo anti-squalo.
E' qui che è nato lo Shark POD (Protective Oceanic Device), un congegno da indossare sulla muta, ed eventualmente montare sulla tavola da surf, che genera un campo elettrico e impedisce agli squali di avvicinarsi. Perfezionando lo Shark POD si è arrivati allo Shark Shield, un dispositivo elettrico del tutto simile, commercializzato da una ditta australiana; costa diverse centinaia di dollari, non ha certo il pregio della praticità e oltretutto non garantisce piena efficacia con tutte le specie di squalo.

Se dalla protezione individuale si passa a quella delle spiagge la questione si fa ancora più complessa. Gli unici mezzi usati in diverse parti del mondo sono le reti anti squalo, un sistema antiquato pensato settanta anni fa quando si conosceva poco o nulla della biologia degli squali.
Funziona così: una rete a maglie larghe, solitamente lunga 150-200 metri e alta 6, viene fissata alle due estremità sul fondale davanti alle spiagge aperte, a circa 200 metri dalla riva. In un tratto tipico di spiaggia australiana protetta c'è una rete ogni paio di chilometri. In Sud Africa si preferisce invece posizionare le reti sfalsate e più vicine le une alle altre. In ogni caso le reti non nascono per formare una barriera invalicabile, perché squali ed altri pesci possono passarci sotto e di fianco. Servono invece ad eliminare il maggior numero possibile di squali.
Gli esperti del Natal Sharks Board hanno infatti calcolato che una trentina di chilometri di reti catturano ogni anno circa mille squali; meno del 10% appartengono alle tre specie considerate pericolose per l'uomo, ovvero lo squalo bianco (Carcharodon carcharias), lo squalo tigre (Galeocerdo cuvier) e lo squalo dello Zambesi o bull shark (Carcharhinus leucas).
Ovviamente oltre agli squali restano impigliati nelle reti anche altri organismi marini, comprese le tartarughe, i delfini e i piccoli di balena. E questo indispettisce non poco gli animi sensibili.

Non basta. Per incrementare la cattura gli australiani abbinano le reti ad un'altra trappola micidiale: le drumlines, linee di ami galleggianti con esche fresche attaccate che, paradossalmente, servono ad attirare i predatori invece di tenerli lontani. Nuotare nei pressi delle drumlines non è mai una buona idea ma nemmeno all'interno della reti si sta tanto sicuri; gran parte degli squali finisce infatti impigliati nella rete sul lato della riva, probabilmente nel tentativo di riconquistare il mare aperto. Insomma, l'australiano o il turista si sentirà più tranquillo sapendo che c'è la rete anti-squalo ma è una falsa sicurezza, come testimoniano i numerosi attacchi che si verificano anche davanti alle spiagge protette.
Cosa diversa sono le reti fatte a recinto (shark enclosure) che delimitano completamente un tratto di mare ma che possono essere erette solo per chiudere piccole baie o area molto ristrette, ad esempio davanti ad un resort. Queste reti hanno maglie più piccole e formano una reale barriera all'ingresso di specie indesiderate; tra gli effetti collaterali ci sono gravi fenomeni di erosione causati dalla struttura e il costo elevatissimo, ragione quest'ultima che spiega perché questo tipo di reti sia poco usato.

La discussione tra chi è a favore e chi è contrario alle reti anti-squalo si fa sempre più accesa. Il diffondersi di una crescente coscienza ambientale preme sui governi locali spingendoli a rimuovere le strutture, che fanno strage indiscriminata di squali e di tante altre specie marine a rischio. Ma quando qualcuno muore ci si dimentica presto dei buoni propositi, tutti chiedono interventi immediati e le autorità si vedono costrette ad adottare misure drastiche e dispendiose per rassicurare i residenti e garantirsi una buona stagione turistica. Qualcuno però si sforza di trovare soluzioni che possano mettere d'accordo uomo e squalo.
In Western Australia, ad esempio, nonostante i numerosi attacchi mortali degli ultimi mesi non pensano ad avviare un programma di abbattimento degli squali bianchi e restano fermamente convinti dell'inutilità delle reti anti-squalo che tanto piacciono ai loro cugini della Gold Coast. Il governo ha però destinato 14 milioni di dollari ad un piano di riduzione del rischio squali, che innanzi tutto prevede l'intensificazione, specialmente durante i periodi festivi, del servizio di pattugliamento marittimo e aereo, quest'ultimo destinato in particolare alla sicurezza dei surfisti.
Inoltre, parte dei fondi sono impiegati in un progetto di ricerca che dovrebbe servire a monitorare gli spostamenti degli squali residenti nelle aree del sudovest: gli esemplari vengono taggati e poi seguiti in tempo reale da un ricevitore satellitare. Quando il sistema si accorge che uno squalo si avvicina troppo a riva lancia l'allarme. A dire il vero la cosa è più facile a dirsi che a farsi: per applicare il dispositivo sotto la pelle dell'animale bisogna prima catturarlo, e lo squalo bianco è una specie per natura elusiva. Però vuoi mettere quanto di più sapremo sul comportamento e sulle abitudini di questi animali?

Esiste o no un'alternativa alla caccia indiscriminata e alle reti anti-squalo? Pare proprio di sì e anche a KwaZulu-Natal se ne sono resi conto e ora puntano di meno ad eliminare gli squali e di più sulle campagne di informazione. D'altra parte alle reti anti-squalo non ci hanno mai pensato in Florida, che fino al 2010 era al primo posto al mondo per numero di attacchi. E nemmeno in California o alle Hawaii, tanto per citare luoghi dove gli squali ci sono e spesso creano problemi. Quando qualcosa succede, si avvisa la gente con i cartelli, magari si chiude la spiaggia, ma tutto finisce qui, nell'ottica di una più saggia politica del “non intervento”. Politica che non nasce da una profonda coscienza animalista, quanto dalla scelta razionale di non sprecare energia e denaro e forse dal tentativo di riportare nelle giuste dimensioni un evento tanto raro quanto l'attacco di uno squalo.

La paura di essere mangiati vivi è radicata nella parte più primitiva del nostro cervello ed è più forte di qualsiasi evidenza; tendiamo quindi a sovrastimare il numero di persone che muoiono azzannate da uno squalo, anche perché è più facile dare ascolto alla notizia tragica e sensazionalistica piuttosto che documentarsi con dati, fatti e statistiche. A proposito di cifre: ogni anno vengono uccisi dall'uomo dai 30 ai 70 milioni di squali. Sono loro che dovrebbero aver paura di noi.
Si ringraziano NOAA e U.S. Fish and Wildlife Service per le fotografie
[Aprile 2012]

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